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LA FILOSOFIA ZEN
Tante volte ci siamo detti una qualche espressione che contenesse la parola Zen del tipo “oggi devo rimanere Zen” oppure “quella persona è proprio Zen”, attribuendo allo Zen uno stato della mente volto a rimanere calmo, tranquillo e centrato.

In effetti, se vogliamo proprio semplificare, lo Zen è proprio questo. Quando parliamo di Zen non abbiamo a che fare con una religione, ma piuttosto con una filosofia di pensiero, una metodologia dello Spirito, uno stato della coscienza, che possono essere adottati da chiunque e in qualunque luogo o tempo. Lo Zen, pur avendo avuto una sua lunga storia e sviluppo è in un certo senso al di fuori del tempo stesso, perché è l’essenza fondamentale di ogni cammino che punti alla liberazione della mente da condizionamenti e dipendenze. Questo spiega il motivo del suo fascino in un mondo in cui prevale l’afflusso caotico di pensieri, che a ruota libera si accavallano senza la minima sosta.

Zen
foto dal web

Lo Zen può essere definito come una corrente del Buddhismo Mahayana, che inizialmente si trasferì in Cina, fondendosi con le concezioni del Taoismo e che poi passò in Giappone, dove visse una nuova stagione di splendore. Secondo la tradizione, fu lo stesso Buddha che affidò al suo discepolo Kasyapa, attraverso una trasmissione silenziosa, il senso profondo del suo messaggio: la necessità di fare il vuoto di tutte le opinioni, sensazioni, pensieri, per riuscire a liberare la mente.

Un giorno il Buddha si presentò davanti all’assemblea dei monaci. Tutti si aspettavano che tenesse uno dei suoi abituali sermoni per illustrare la dottrina, il “dharma”. Ma il Maestro quella volta non disse nulla. Ad un certo punto, sempre in silenzio, sollevò con una mano un fiore. I monaci restarono in attesa che dicesse qualcosa. Il Buddha però se ne stava immobile e silenzioso con quel fiore in mano e osservava i loro volti. All’improvviso il suo sguardo si fermò su Kasyapa, il suo discepolo. Kasyapa sorrise. Anche il Buddha sorrise.

Questo breve racconto descrive l’origine mitica dello Zen. Qui il silenzio del Buddha indica che l’insegnamento e la dottrina non possono essere sempre espresse con le parole, le quali tutto limitano. Il linguaggio ed i pensieri possono comunicare e comprendere tante cose, è vero, ma non possono cogliere l’essenza più profonda della verità. Questa fu la verità afferrata da Kasyapa.

CHE COSA E’ LO ZEN – IL SATORI

Lo ha spiegato molto bene Daisetz Teitaro Suzuki, che è stato professore di filosofia buddhista nell’Università Otani di Kyoto ed è stato uno dei più autorevoli divulgatori in Occidente del pensiero Zen del secolo scorso attraverso il suo scritto più famoso “Introduzione al Buddhismo Zen”
Da tenere conto che l’introduzione al testo di Suzuki è stata scritta da Carl Gustav Jung, il quale definisce lo Zen come “il divenire totale”.

Secondo D.T. Suzuki lo Zen non insegna nulla. Non esistono testi sacri o articoli di dogmi. Siamo noi i nostri soli maestri, lo Zen semmai ci indica la via, affinché i suoi frutti possano maturare all’interno di ognuno di noi.

Uno dei fondamenti dello Zen è il “satori”. Lo si può definire come “un nuovo punto di vista”. Il satori è infatti una forma di intuizione, indispensabile per scrutare ed entrare nell’essenza delle cose, ma anche di trascenderle, in quanto è al di fuori di ogni dualità e ogni logica di pensiero. Senza il satori non può esserci Zen, poiché è la sua espressione più vera, la sua più intima natura, la sua anima del qui e ora, il vero e proprio risveglio.

Non esiste una definizione di satori, perché si sottrae a qualsiasi categorizzazione e concettualizzazione, il linguaggio non può né descriverlo né spiegarlo. Non lo si può nemmeno apprendere da qualcun altro, bisogna farne l’esperienza da se stessi. Il satori è il “ku”, il vuoto, che include tutti i fenomeni: la forma non è differente dal vuoto, e il vuoto non è altro che la forma.
Il satori è la via di mezzo, il centro di tutto, dove la saggezza suprema non può essere raggiunta con il pensiero, ma solo attraverso la pratica, che diventa allora una forza motrice, un’arte del vivere, un modo di essere.

foto dal web

LO ZEN E IL KOAN

Il koan è una frase o, meglio, un quesito insolubile che, nel momento in cui si presenta, favorisce uno stato di vuoto mentale adatto alla meditazione. Possono essere anche dei piccoli racconti dove il protagonista è sempre un maestro Zen oppure delle semplici frasi molto enigmatiche.
In genere sono dei veri e propri punti di partenza su cui porre la nostra attenzione e fare in modo che essi accrescano e arricchiscano il nostro Essere. Personalmente mi hanno sempre affascinato, talvolta per il loro “nonsense”, ma sicuramente hanno la capacità di far girare a vuoto la mente, in modo da considerare la realtà in maniera diversa, non più in forma logica e lineare.


Lo stesso D.T. Suzuki amava ripetere: “Tutte le cose ritornano all’Uno, ma quest’Uno, dove ritorna?”
Un koan è sempre senza soluzione ed induce comunque alla riflessione e al silenzio meditativo, perché per quanto si cerchi di sforzare la mente ed i pensieri, questo enigma non potrà mai avere una risposta. Proprio qui sta il suo fascino.

Ecco qualche esempio di brevi frasi koan:

“Se un uomo cerca il Buddha, quest’uomo perde il Buddha” (Lin-chi)


“Definitelo ed è già cambiato” (Nan-ch’uan)


“Pensa al non-pensiero. Come si fa a pensare al non-pensiero? Non pensando” (Dogen)


“Se lo ascolti con le orecchie, non capirai mai. Solo quando lo udrai con gli occhi, saprai” (Tung-shan)


“Se battendo le mani l’una contro l’altra si produce un suono, qual è il suono di una mano sola?” (Hakuin)


“Non puoi ottenerlo pensandolo, non puoi ottenerlo non pensandolo” (Zenrin-kushu)

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ESERCIZI ZEN

Non potevano mancare degli esercizi Zen da fare nel nostro quotidiano. Ovviamente la meditazione Zen è quella più famosa, soprattutto intesa come Za-zen, che significa sedere a gambe incrociate in uno stato di quiete e in contemplazione profonda. E’ un tipo di meditazione con regole piuttosto rigide, soprattutto nella postura, che può risultare anche un po’ faticosa per noi occidentali, se mantenuta per lungo tempo. Per chi fosse interessato, esistono molti centri che insegnano questa particolare forma di meditazione.


Ma quello che voglio proporvi oggi sono esercizi da fare nel quotidiano, che coinvolgono le nostre normali azioni quotidiane. Mi sono stati insegnati da alcuni monaci tibetani che ho avuto la fortuna di incontrare presso l’Istituto Lama Tzong Khapa a Pomaia, e altri esercizi provengono da insegnamenti che mi sono stati impartiti durante i miei numerosi viaggi.

PRIMO ESERCIZIO ZEN – FARE TUTTO DIVERSAMENTE

Questo esercizio è molto semplice, ma coinvolge tutta la vostra attenzione e centratura. Bisognerà compiere alcune azioni con la mano che normalmente è meno usata. Se siete destrorsi farete tutto con la sinistra, viceversa se siete mancini: mangiare impugnando forchetta, cucchiaio e coltello, prendere il bicchiere per bere, lavare i piatti, aprire la porta con la chiave, afferrare un qualsiasi oggetto con la mano che non viene usata abitualmente.

Un monaco zen mi spiegò che usiamo solo una parte del nostro corpo e che dimentichiamo di usare l’altra come metafora della nostra vita. Usiamo solo ciò che è a noi congeniale, confortevole, comodo, dimenticandoci di tutta quella parte di noi che ancora non è pienamente sviluppata e della quale non abbiamo piena consapevolezza.

foto dal web

SECONDO ESERCIZIO ZEN – IN MOVIMENTO

Anche questo esercizio è abbastanza semplice. Si tratta di fare alcuni movimenti quotidiani al rallentatore. Noi svolgiamo la maggior parte delle nostre attività in maniera meccanica. Qui si tratta invece di rallentare ogni movimento per qualche minuto nell’arco della giornata. Scegliete voi quello che preferite e che può tornarvi utile. Per esempio vestirvi la mattina o lavare i piatti. I monaci, per esempio, preferiscono mangiare con estrema lentezza ed in silenzio. Provate a pensare ai vantaggi di mangiare al rallentatore, soprattutto se state seguendo un regime alimentare. Il movimento lento porta ad una maggiore centratura e consapevolezza, perché nel rallentamento ogni singola azione di natura meccanica sarà calibrata e focalizzata.

TERZO ESERCIZIO ZEN – IL TESTIMONE SILENZIOSO

Questo esercizio è il più complesso, ma con il tempo diventerà un ottimo alleato per la nostra evoluzione e consapevolezza.

Si tratta di osservarvi dal di fuori mentre compite una qualsiasi azione. Per esempio se state lavando i piatti, iniziate a osservarvi dal di fuori. Dovrete dapprima scegliere l’angolazione da cui vi volete osservare: dall’alto, da destra, da sinistra o dal basso. Una volta scelta l’angolazione iniziate a osservarvi mentre eseguite quella determinata azione. L’osservazione dovrà essere neutra, senza alcun coinvolgimento emotivo, ma dovrà comunque risultare obiettiva. Semplicemente osservate, non dovete fare nessun altra cosa. Questo è essere Zen.

Buon esercizio Zen!


Serenella D’Ercole
Ricercatrice spirituale e life coach

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